Barbarossa recensione.

I film italiani li evito praticamente al 99% delle volte. Scelta etica, molto personale ma il cinema nostrano recente è più orientato al disinteresse che a reale valore artistico. Almeno come grossa distribuzione Barbarossa esce con l’idea diversa da un made in italy che alimenta solo se stesso e non varca l’estero. Almeno chi apprezza il genere storico, con le solite libertà. Almeno a chi si accontenta, lasciando da parte il fatto che diverrà un film per la TV in due parti. Fortemente voluto dalla Lega Nord (io Bossi non l’ho mica visto ma dicono che c’è in un cameo), darà fastidio e in tanti partiranno già con dei pregiudizi difficili da dipanare. Nemmeno fosse un film della propaganda fascista negli anni che furono. Coprodotto dalla Rai e dal Ministero dei Beni Culturali tanto da racimolare 30 milioni di dollari, un budget astronomico per un film made in Italy, che non vediamo comunque su schermo. Roba da incazzarsi, siamo italiani. Manca l’imponenza, il numero di uomini, le truppe a cavallo sembrano un pugno di mosche, Milano è un paio di torrioni a dir poco. Arriva la computer grafica, evidente a tal punto che stona. Sequenze allungate, rallentate, ripetute, quasi a voler giustificare i 138 minuti di durata. Ma non ci sono solo grossolane sbavature. Fosse per quanto scritto, darei fuoco alle polveri ma c’è qualcosina che funziona. Raz Degan mi ha convinto. Non so come ci sia riuscito, forse la simpatia per lo Jager, però quando ci si mette sembra il William Wallace della Padania. Rutger Hauer e Amraham Murray hanno avuto tempi migliori (Blade Runner il primo, Amadeus il secondo) ma come dire ci si accontenta di essere arrivati qui e fanno il loro dovere. E infine la storia regge. Barbarossa non è un filmaccio da buttare, nè tantomeno uno spreco già dopo aver visto il trailer come tanti scrivono in giro, spalando letame con troppa facilità. Dico solo che in Italia si spacciano per capolavori dei veri e propri aborti. A Barbarossa il merito di cimentarsi in un genere che non è tipicamente nel DNA della produzione nostrana.

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