cloverfield recensione.

Di Cloverfield ne avrete sentito parlare e ne avrete già letto a fiumi, sicuramente attratti dal produttore J.J. Abrams, noto per aver creato Lost (Alias e Mission Impossible 3 per citare altro) e incaricato di rimettere in piedi Star Trek con un film (e rilancio Paramount). Beh, è bene mettere in chiaro cosa sia un film girato interamente in prima persona con una videocamera digitale (ma non nella resa, un digitale convincente l’avevamo in Inland Empire di Lynch) che ricorda lo stile di Blair Witch Project: praticamente nulla di che, sembra il pilota di una serie TV. I dettami del classico disaster a stampo fantascientifico/horror ci sono tutti, dalla creatura inoaffrontabile, alla progenie che viene generata e successiva contaminazione umana, il gioco al massacro in cui pian piano i protagonisti faranno i conti e inevitabile morte. La differenza risiede nell’approccio con cui la storia prende piede, tutto in telecamera amatoriale, sconquassata e ricca di velato vedo non vedo. Pura azione se vogliamo, impressionante e verosimile ricostruzione (a patto di lasciar perdere l’indistruttibilità dell’apparecchio e l’incredibile resa nonostante in notturna, la resistenza fisica disumana e l’impossibile razionalità mantenuta, il sopravvivere dopo che un’elicottero precipita, insomma lasciamo correre…). Ovviamente questo progetto deve essere visto in un contesto più ampio che in primis comprende tutti quei fanboy completamente in preda a seghe mentali di ogni tipo con Lost (in cui Cloverfield ne ha qualche richiamo evidente sin dai titoli d’apertura). Poi via con lo stile J.J.: due creature anzichè una (per via delle dimensioni), il Cloverfield/Kishin ha un antefatto in 4 manga in cui si scoprono esperimenti genetici/marini della fantomatica multinazionale Tagruato e della sua bevanda energetica Slusho (“Slusho makes my stomach explode with happy” come stampato su una maglietta e nella morte di una protagonista), solito sito di contorno come 1-18-08 la data del lancio negli States, l’oggetto che precipita nel mare sul finale e quello “it’s stay alive” distorto a fine titoli di coda. Insomma c’è da perdersi tanti sono i sottili rimandi che gettano base e spunti per numerosi sequel (e cloni visto il successo).
Ecco cosa vi aspetta, da vedere se ne avete occasione, prendetelo come ottanta minuti di intrattenimento senza miracoli. A patto di non soffrire il “mal di camera” e una trama prevedibile…

La forza di questo film è intorno a ciò che si è costruito, non il film stesso. Chiaro omaggio alla storica sci-fi giapponese di Godzilla.

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