Qui si va avanti, alla grande!

Mai fermarsi, regola numero uno. Essere sempre carichi è la regola numero due. Ne comincio a mettere in fila un buon numero di anni e questo dovrebbe farmi diventare più accorto e saggio. E invece no! HAHAHAHAAHAHAHA! E adesso? Mi sparo la torta alle noci qui sopra, rispondo ai tanti auguri di compleanno ricevuti e bon. Penso che andrò Al GrandEmilia, ho giusto qualche coupon “guardacasualmente” arrivato proprio in occasione imminente delle festività Natalizie. In realtà vado solo nella MIA ISOLA, CAZZO dove farò scappare tutti i bambini gridando parolacce e parlando in ruttese, in piena trance mistica dove cercherò di convincere le folle genti che è arrivato un nuovo Profeta. Ovviamente il tutto in tempo per non venire preso per le orecchie dalla Security e portato in Questura prima e alla Neuro poi oppure (e questo mi terrorizza) rimediare decine di castroni sul capocollo da qualche padre agitato dal poco senso dell’umorismo, che di solito mentre le mogli se ne vanno a fare spese con il carrellone quelli maschi a guardia dei pargoli sono sempre grandi e grossi. Non sono mica più così piccolo! Sono anni che non entro più nei BooBaloo.

recensione Evangelion Shin Gekijōban Rebuild 3.0 Q: you can (not) redo

E così mi aggiungo alla folta schiera di fanboy dell’universo EVA che giovedì scorso ha potuto godere della monoproiezione, unica data in tutta Italia, made in Nexo Digital (mymovies, radio deejay, mtv ondemand, dynit, insomma una miriade di partners) di un attesissima terza parte della tetralogia Rebuild of Evangelion, rivisitazione dell’anime originale con nuovi contenuti e diramazioni completamente diverse della trama a cui siamo abituati. Le premesse erano altissime, forti di due capitoli precedenti ben gestiti nell’arco del climax narrativo, in particolare il secondo quando ci si comincia a staccare dalla serie classica. Benchè in origine era pensata come una trilogia, con l’ultimo capitolo suddiviso ulteriormente per macinare incassi (Q e Final) vi era tempo e materiale per consegnare ai fan di lungo corso quella occasione indelebile così tanto bramata. Mai così lontani da ciò, una verità che prende corpo e forma dolorose. Q si rivela un incredibile passo falso, un film dalla dubbia utilità se non giustificare l’ennesimo impact per il perfezionamento del genere umano, gli unici 30/40 minuti salvabili con il resto da buttare. Hideaki Anno non sa quello che vuole e non sa quello che fa. Di certo si nota come Q sia stato scritto dopo aver terminato il secondo lungometraggio e senza una idea complessiva dell’intero progetto iniziato nel 2007, una cattiva abitudine che Anno continua a perseguire. Partiamo da una apocalisse che di fatto ha spazzato via la razza umana (third impact), per l’egoismo di Shinji a volersi unire via EVA con Rei, nell’intento di salvarla. Lo spettatore verrà immediatamente proiettato dentro un timeskip completamente inedito e spiazzante. I personaggi come li conoscevamo sono profondamente cambiati, anche nell’aspetto e questo funziona, le agognate frontiere inesplorate e una buona inquietudine di fondo sugli sviluppi. L’euforia dura pochissimo. Manca Shinji e ogni fan di EVA sa che quando arriva sarà una noiosa palla al piede. Viene tirato fuori di prigione da un manipolo di sopravvissuti con a capo una Capitan Harlock Misato perchè in grado di attivare lo 01 il quale verrà impiegato dal Wunder (la nave di Misato) come fonte di energia e non come arma. Il sarcofago preparato dalla Seele viene recuperato dopo una lunga sequenza d’azione pomposa ma ben realizzata. Shinji si trova catapultato nel buio assieme allo spettatore, entrambi lasciati spaesati in un setting di 14 anni dopo il third impact. Sentimento che a malapena si risolve mentre il mosaico si compone, in un recap di insieme (intorno alla 3/4) nei quali scorci troviamo gli unici momenti riusciti. Ora il dramma. Shinji riflette, come solito l’estensione della personalità del regista, i suoi sensi di colpa, gli errori, i mille perchè e tenta come sempre di mettervi una pezza, tornando a fallire. Un loop senza fine. Lasciato senza una adeguata preparazione psicologica nei due capitoli precedenti dove interveniva il giusto, Anno ha voluto recuperare mettendolo definitivamente al centro. Con orrore e aberrazione mano a mano che il tempo scorre, torna come un pugno in faccia la snervante regressione sul tedioso, logorroico e depresso protagonista. Non vi è un percorso di crescita ma sempre una involuzione che esposta in questo modo arriva nei pressi del ridicolo. Ruba la scena per tutta la parte centrale ponendo a margine il resto del cast che sino ad ora aveva retto, cambiati quanto basta per non renderli irriconoscibili in particolare Mari (ancora non sfruttata appieno) e Asuka ridimensionata ma sempre in grande spolvero, benchè dica sempre “sei solo un bamboccio Shinji”, insieme costituiscono una coppia irresistibile. Rei sembrava a un buon punto nel suo percorso di umanizzazione ma subisce un reset sin troppo radicale, diventando metaforicamente peggio di una pera di eroina tagliata male. Su Kaworu il duetto pianoforte (echi di Death & Rebirth alquanto fini a se stessi) che sfocia in ammiccamenti (e inquadrature palesi) saffici non è materiale delicato (nelle intenzioni) quanto inopportuno. Nulla da aggiungere sul fronte Gendo e Fuyutsuki, abili a manovrare i fili e determinati, nonostante si vedano davvero poco. Insomma le manie di protagonismo del regista li pongono tutti a semplici comparse siccome Shinji non molla. Il film crolla sotto quel peso di così tanto male di vivere, una insistente analisi che sfiora l’insopportabile e capace infine di scoprire l’intera ossatura di Q, la quale scricchiola. La base resta accattivante ma lo script mostra davvero tanti limiti, pieno di molteplici particolari che si contraddicono e lasciano senza spiegazioni alimentando all’inverosimile le speculazioni dei fan in cerca di decifrarne i contenuti. Di avviso opposto le scene di azione e la maestria tecnica nell’animazione e l’immancabile score di Sagisu. Una garanzia.
Anno frustrato come non mai ci fa patire tanto dopo questo soffertone e non credo che gioverà all’economia della saga (a vedere il rating su imdb, Q è il peggiore). Da fine quest’anno il Final slitta a imprecisato 2014. Forse non è un caso. Recuperare quanto lasciato dall’incompiuto 3.0 sotto quasi ogni punto di vista, sbrogliare la criptica matassa e riscrivere l’ending della serie, adesso si dimostra una operazione abbastanza difficile e dall’esito incerto.

L’uomo d’acciaio recensione

Il ritorno di Superman è sicuramente uno dei film più discussi della stagione. Forte di un budget plurimilionario (225 milioni di dollari) è riuscito a portare a casa quasi 600 cucconi (miglior di sempre per Giugno, opening secondo solo a Iron Man 3), segno che il supereroe con mantello e la tutina azzurra (finalmente senza le mutandone rosse) ha ancora un forte affetto e curiosità da parte del pubblico mainstream, consacrando il cinecomic come il genere più fruttuoso al momento a Hollywood. Il film lo dico subito non mi ha gasato dopo l’hype circolato intorno, viste anche le qualità espresse sulla carta. Il team artistico e produttivo è praticamente lo stesso del Cavaliere Oscuro (ho scritto di Dark Knight e Rises) di Nolan, con al timone un regista visionario e controverso come Zack Snyder (300, Sucker Punch) che in fin dei conti ho sempre apprezzato. Zimmer sempre lì allo score. In pratica la Warner gioca pesante. Ma quella potente alchimia accarezzata più volte con il filone Nolaniano non ne arriva che una minima parte. Probabilmente il miglior Superman dei giorni nostri, la migliore incarnazione possibile non è assolutamente in discussione. L’inizio è praticamente epico. Poi arriva il fardello della genesi e formazione del personaggio sulla Terra, i dubbi, le paure di Kal-El. Qui il plot sembra incollato male, quasi mancano dei pezzi con parecchie battute scomposte e salti tra flash back e altro che affossano e peggio annoiano la visione, diventando difficile da seguire. L’impegno della durata è al limite, non si può allungarlo di altri 20 minuti forse necessari nel montaggio. Non aiuta la peggiore Lois Lane mai vista in 40’anni di trasposizione del fumetto (che mi scala un ghiacciaio come niente fosse, sempre fuori luogo e alla fine ti sta anche sulle palle). Poi arriva Zod. Con le sue motivazioni, con la sua rabbia a tal punto che non lo si può biasimare. Il sussulto, il crescendo. Un espediente quantistico assolutamente inverosimile (ok sempre fantascienza però gli occhi strabuzzano lo stesso, compreso un WTF?!?) ma pazienza. Si vola con l’arrivo dei Kryptoniani, letteralmente lo schermo esplode nel cercare di contenere tutta quella imponenza visiva che confluiscono in un finale da spacco tutto devastazionale sbalorditivo, lunghissimo che non lascia fiato e da applausi. Senza precedenti. Superman addirittura incespica, sembra non farcela. Sa che sono suoi fratelli ma adesso la sua casa è la Terra. Si sveglia e asfalta quel poco rimasto di Metropolis. Il personaggio è pronto. Rimane solo quel senso di incompleto, di ottimo con qualche riserva. Ma la fiducia per il futuro seguito permane, visti i vari rimandi nel film a Luthor (quasi impercettibili anche quelli di Wayne) le basi per qualcosa di veramente importante ci sono con il villain per antonomasia, un climax di quel calibro anche se Superman non è chiaramente Batman e Lex non è il Joker. Però la ciccia succosa ci sta tutta. E poi chissà, almeno per arrivare ai livelli dello studio Marvel. Magari al sapore di Justice League.

Star Trek XII Into Darkness recensione

WARNING! La recensione verte su alcuni punti chiave e scelte tecnico/stilistiche della trama per cui vi sono SPOILER.

Con qualche giorno di ritardo giustificato per vederlo in tradizionale 2D, Into Darkness alla fine è stato metabolizzato. Le premesse erano parecchio alte, visto il buon lavoro di reboot operato dalla Bad Robot, parere non solo personale visto che a oggi quest’ultima operazione del franchise sta portando avanti il primato di lungometraggio Trek con il maggior incasso di sempre. E se le basi del primo non erano all’altezza, i risultati al boxoffice sarebbero ben differenti. Purtroppo partire gasati in sala non è mai una mossa furba. Into Darkness è un buon film, purchè si lasci da parte la visione Star Trek più classica d’insieme. Ho sempre sostenuto come nei reboot si devono tenere a mente omaggi alla memoria storica ma conseguire una propria strada, con le opportune libertà, senza strafare. J.J., Kurtzman, Orci e Lindelof hanno prodotto un ottimo script con riferimenti per non dire copiare spudoratamente l’Ira di Khan, ribaltandone il sacrificio estremo e travisando alcuni parametri fondamentali a scapito di un barlume di coerenza secondo me necessaria. Parlare di fisica in Star Trek è ardito, ma da trent’anni sparare con i phaser a curvatura NON SI E’ MAI VISTO nemmeno negli scorci di futuro tra le varie serie, uscirne poi in derapata fa accapponare la pelle. E’ impossibile, certo se si sanno le regole in gioco. Colpire con delle bordate di missili le gondole della nave equivalgono a far saltare il nucleo e vaporizzare la nave. DA SEMPRE. Assolutamente inqualificabile la missione da caccia all’uomo ricerca e uccidi, con buona pace delle basi morali all’interno della Federazione. I Klingon con l’elmo, guerrieri con onore e guerra nelle vene, incazzati duri NON RILEVANO UNA NAVE NEMICA alla DERIVA nel loro SPAZIO natale?!? Se sono il gancio per confluire su uno scontro impero/federazione inevitabile, siam messi bene. 72 testate che esplodono in pancia a una qualsiasi nave, di tale nave non rimane nemmeno un pulsante della plancia di comando. Chekov in sala macchine? a 17 anni dove ha imparato le competenze necessarie se è un navigatore? Carol Marcus (Alice Eve) in mutande è un bel (succoso) vedere, ma il personaggio è posticcio, così come le discussioni sentimentali tra Spock e Uhura assolutamente superflue. Teletrasporto portatile che ti porta a Kronos con un click facciamo finta di non aver visto. Queste sono tutte seghe da fanboy che urtano fino a mezzogiorno il mainstream, il problema arriva quando alcune escono dal fanboysmo trekkiano e diventano vere e proprie storture contro logica. Perchè all’inizio nascondere la nave sott’acqua, era duecento volte più sicuro restare in orbita, e visto che si può teletrasportare Spock a un passo dal venire incenerito, non lo si poteva mettere prima evitando i rischi con la navetta? Da quando una eruzione fa saltare in aria un pianeta? Scotty che prima si aggrega a un convoglio di navi presso uno spaceport segreto, poi gira all’interno della Vengeance sempre senza che lo becchino (tranne all’ultimo, colpo di scena) quando parliamo di una delle navi più avanzate della Federazione è incongruente. Insomma un minimo di struttura me la devi mantenere. Disastro totale? In realtà messi da parte (ce ne vuole) i vari tecnicismi trekkiani e passando sopra le citate castronerie, il film resta godibile, visivamente emozionante, con la recitazione del villain che da solo vale il prezzo dello spettacolo. Comunque resta l’intesa del cast come da tradizione per la saga sebbene vi sia uno Spock troppo rompicoglioni. Serrato ma meno frizzante del precedente, ho trovato qualche sussulto tra ritmo nelle scene d’azione che di fatto sbandano un pò la visione, della serie alti e bassi. Il personaggio di Peter Weller (il mitico Robocop) meritava maggiore profondità, ma son dettagli. CGI e score come sempre da impatto positivo. J.J. conferma l’essere uno dei registi pigliatutto del momento e gioca facile con materiale tratto da roba già vista e prevedibile (come il recupero di Kirk) che piacerà a un vasto pubblico, in quanto ogni tassello va al suo posto. Scontento per lo zoccolo duro, di fatto non trainante per gli incassi anche se puntualmente andranno sempre a vedere al cinema, divertente per passare la visione con un film fantastico di prim’ordine, con buona pace nostra e gioia per la Paramount. Il brand continua la sua corsa verso la missione quinquennale ma sapere il regista alle prese con Star Wars mette qualche dubbio, nonostante quanto detto. A meno di aspettare più di due anni per cominciare le riprese e altri due tra produzione e post-produzione, si schiva il cinquantenario della serie (2016) e Paramount lo vorrebbe festeggiare. Chi prenderà in mano la baracca?

Daft Punk Random Access Memories recensione

Otto passaggi in due giorni, possono bastare. D’accordo anch’io ho ceduto a un leak (stranamente di qualità decente) ma niente pirateria spudorata, l’obolo del mio contributo arriverà non appena lo caricano su Music Unlimited (pochi giorni siccome la columbia è di sony) a cui sono iscritto. Arrivo al dunque subito, zero premesse. Devo ammettere una delusione piuttosto marcata, un album che suona morbido, elegante, raffinato da una parte ma fuori contesto dall’altra. Con RAM posso definitivamente mettere nel cassetto dei bei ricordi (e tenere in playlist) i primi due album con una riserva per Human After All che mi fece piuttosto brutto (allora e pure oggi) ma almeno era dance/elettronica. Drum machine fissa a 4 tempi e tecnologia sintetica, miscelati in salsa filtered french house grezza e via pari. Sogno da hype di un lavorone sublime dopo aver accarezzato l’ost di Tron qualche anno fa e una Get Lucky come botto di singolo che ci poteva stare, erano presagio di sommo gusto. A parte che non mi devi suonare tutto così. Get Lucky è la massima espressione, la massima summa dopo 8 anni di silenzio trovano infine un disco con collaborazioni preziose. E se Pharrell oramai lo troviamo anche nelle patatine, usare Nile Rodgers vuol proprio dire andare a colpo sicuro. Assieme a lui (e tutti gli altri) si avverte classe negli arrangiamenti, di fatto ben costruiti e che scorrono senza intoppi a parte qualche lento da “il tempo delle mele” di troppo. Confezionato ad hoc lo si era capito ma il divertimento e l’ispirazione originali sono scemati. Perchè non inventa e peggio non reinterpreta questo sound già sentito. Inventare è durissima ma almeno mettici del tuo. Ricorda Tellier, i Phoenix, del funky chic anni ’70, italo disco anni ’80 (grazie, se sfoderiamo Giorgio Moroder) e comunque NON E’ DAFT PUNK. Non si sta sentendo nulla di nuovo e nemmeno nulla di loro. Nulla per due. La scena dance attuale vede dei Skrillex, dei David Guetta e fin qui poco da obiettare. Ma nessuno vuole i due robottini francesi mettersi lì a produrre roba del genere per un paio di motivi, primo sono tagliati fuori tempo e diciamolo non ce li senti proprio a fare della dubstep/prog house commerciale. “Doin’ It Right” con il Panda Bear da uno scorcio di remota memoria per un album altrimenti fiacco, senza traino. Con “give life back to music”, “fragments of time” e “instant crash”, tipo di brani che possono finire in playlist sciccose durante un aperitivo a fare il mandrillo con le tipe. Ma a catturare l’attenzione e il richiamo al ballo ce ne passa. Del resto, chissenefrega del fanservice? Mettere da parte i Daft Punk da Alive 2007 in giù. E lo troverete godibile. Lo zoccolo duro è avvisato.

Lo stop dei mesi che furono.

chissà se c’è ancora qualcuno che ordina un click su questo blog. Beh, spero siate abbastanza smaliziati da aver provato a cercarmi su G+ perchè se volete continuare a leggermi dovrete andar di là. Qui ci butto solo recensioni personali di robe che troverò papabili e meritevoli di scrittura, benchè come film preferirei usare MUBI e in generale quando mi tira le chiappe ovvero veramente poco. Il blog è quindi in status discontinuo, suppongo ve ne sarete accorti… 🙂

Iron Man 3 recensione

Dove comincio? Quasi totalmente deluso. Nessuno si aspetta una maestosità di chiusura per una trilogia alla TDKR, siamo in universo Marvel, ci mancherebbe. Ma la caduta e rinascita psicologica, emozionale e tecnologica di questo supereroe meritavano tanto di più. Premesse e trailer davano quasi per certi epicità e conclusione con il botto, merito di un secondo episodio non frizzante come il primo ma di sicuro trampolo (a cui aggiungere gli Avengers). Serietà ed ironia, visto Downey sempre mattatore nei panni di Stark, sono d’obbligo ma non così, non di continuo ogni volta che apre bocca. Sgonfiato quel poco di epico rimasto, ecco che vengono fuori gli scricchiolii come parecchie incoerenze, buchi di trama, valanghe di personaggi messi per riempire e ridotte a mere comparse. Si lascia correre la rivisitazione del Mandarino, l’Extremis e un villain giù di tono, di certo non tiene testa a Stark. Non passano le idiozie alla Disney, il far ridere a ogni costo quando non serve. Merito di politiche sempre più rivolte al mainstream, piuttosto che la fanbase, magari quando si aspettava un cinecomic più maturo, meno ingenuo e facilone, ma ben coeso e affiatato come gli Avengers. Ok, vi danno gli effetti speciali super turbo che giustificano il budget stellare ma alla fine cosa rimane? Un cliffhanger dopo i titoli di coda da dimenticare… I più integralisti lo perdoneranno per un pelo, il pubblico di massa ne ingigantirà gli incassi stratosferici e alla fine ai Marvel Studios (e Disney) va benissimo così.

Autechre Exai recensione

Sean Booth e Rob Brown tornano sulle scene dopo 3 anni dal binomio (riuscito a mio parere) Oversteps/Move of Ten EP del 2010. Come tempi embrionali e successivo sviluppo siamo praticamente nella norma, un pò in sordina l’annuncio nello scorso Dicembre, ma ora è qui. Le oltre due ore di avvitamenti electro/IDM del duo inglese sono attualmente disponibili in via ufficiale solo in digital download, mentre gli afecionados dei supporti fisici, che siano in CD o vinili, dovranno attendere il prossimo 5 Marzo. Non ho resistito. Exai chiara allusione romana al numero 11 come disco di studio, ci riporta a un suono non proprio dolce, di quello che necessita ripetuti passaggi per coglierne le trame e le chiavi di lettura. Fleure, Irlite e Prac in apertura ci ricordano gli Autechre di un periodo mai accantonato (il ciclo Confield, Draft e Untilted per esser specifici), fatto di rarefatte escursioni ambient, ritmi sincopati e controtempi, noise e glitch a volontà. Personalmente un pò fine a se stesso. Poi Jatevee con il suo basso atonale e quasi in contrasto con il tappeto riverberato, sembra portarci su un piano più congegnale di ascolto, rafforzato dal successivo Ti Ess Xi (un pò mi ha ricordato qualcosa dei Boards of Canada in Geogaddi). La porzione seguente fa una leggera marcia indietro e ci ripiomba in un brodo oscuro e decadente (tuinorizn) e ancora riverberi alla deriva (bladeroles) o panning distrurbanti che francamente non ascoltavo da un pezzo (nodezsh). Occorrerà aspettare di attaccare spl9 per cominciare a ragionare, graffiante, acido da trip duro. La migliore track. Cloudline prosegue nell’orgasmo, strizzando l’occhio ai Plaid (altro gruppo storico in carica alla Warp Records) come stile. Recks on piccola autoreferenziale citazione ai periodi ambient di Tri Repetae, che confluisce magistralmente in chiusura. Durata importante e atipica, Exai spezza un pò il ciclo a cui ci eravamo abituati dai tempi di Quaristice, per tornare a una sperimentazione più marcata, eseguita però con un intelligente crescendo senza smarrirsi, senza inutili iperbole, a parte in qualche scorcio, messi un pò a riempitivo. Comunque sono proprio in gran forma.

Cloud Atlas recensione

Al rientro dalla visione qualche impressione. Cloud Atlas scritto e diretto a sei mani, così come sei sono i segmenti temporali in cui si salta in maniera abbastanza coesa ma non di facile lettura, sul destino che si ripete ineluttabile, quasi una condanna, indipendentemente dall’epoca. Cast spettacolare, produzione pure e mi sono stupito sia costato così poco produrlo (100 milioni). Da vedere ma prima di buttarvi in sala occorre almeno qualche riserva. E’ ambizioso, complesso e stratificato ed effettivamente di difficile catalogazione. Immaginate un commistione di generi, drammatico, commedia, fantascienza, spionaggio, avventura, azione, tutto ben dosato mentre tocca temi come amore, spiritualità, evoluzione. Smarrirsi è un attimo. Anche se alcune linee temporali lo appesantiscono e la prima parte fa un pò annaspare, man mano i pezzi si compongono l’amalgama collima e acquista una buona fluidità, lasciando finalmente spazio allo stupore, con scorci di paesaggi e visioni del futuro da tipico cinema Wachoski. Meraviglia finalmente ma dopo una iniziale iniezione di perplessità. La quale purtroppo perdura, rimanendo lì in sottofondo e pronta ad uscire, causata da un lasciato senso di incompiuto mentre scorrono i titoli di coda. Cloud Atlas vuole essere maestoso ma non ci riesce (per poco) in quanto non capace di sviluppare bene tutti i punti che va a toccare. Stretto nei suoi 172 minuti, una durata importante, difficile chiedere di più allo spettatore.

The Walking Dead Adventure Series by Tell Tale

Ci arrivo lungo ma prima o poi ci arrivo. La serie regolare TV mi butta di una noia mortale, il fumetto non l’ho mai letto (sono in procinto di recuperare), ma continuano ad arrivarmi impressioni piuttosto positive per questo spinoff videoludico. Così stasera mi sono sparato il primo episodio (Tell Tale Games ci marcia parecchio con queste avventure a capitoli), sicuro di avere già gli altri pronti da giocare, così non devo aspettare mesi prima di vedere la fine. Beh sono rimasto mooooolto impressionato, positivamente, non tanto perchè da sempre affascinato dalle avventure grafiche, ma proprio per la stesura della trama e i risvolti psicologici che ci portano a scelte decisive, in linea con il setting allestito da Kirkin con i comic books. Ho respirato quella immedesimazione che pochi titoli nella current gen hanno saputo regalare, tipo Heavy Rain per PS3. Sono proprio curioso di vedere come proseguirà.

Assaggi di Rebuild 3

Opening da 1 miliardo 150 milioni di Yen (11 milioni di Euro). Miglior incasso quest’anno in giappolandia. Evangelion 3.0: You Can (not) Redo, sopra vi metto una preview da alto tasso d’azione, 6 minuti subbato in inglese. Ora tocca aspettare almeno un anno per una proiezione doppiata, solitamente in anteprima per Lucca Comics. In DvD/BD la data ovviamente boh, suppongo un abbondante primo quarto del 2014, basandomi sulle tempistiche dei precedenti film. Roba da catzo duro.

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